La Valle dell’Aniene è uno dei luoghi più affascinanti del Lazio, nel quale uno scenario montuoso e selvaggio si alterna ad ampie vallate e dolci altipiani. Qui le acque dell’omonimo fiume hanno svolto un ruolo cruciale nel delineare sia il paesaggio che la storia i questi luoghi, specie a partire dal IV sec. a.C., quando il fiume diverrà vitale per il rifornimento idrico di Roma. Gli imperatori romani furono grandi costruttori: città, strade, porti, ponti, terme, piazze e monumenti di ogni tipo furono realizzati in tutto l’impero. Ma tra le opere pubbliche, ve n’è una che essi stessi stessi consideravano “la più alta manifestazione della grandezza romana”[1]: gli acquedotti, maestose infrastrutture nate per trasportare l’acqua dalle sorgenti fino alle città.
L’acqua era certo intesa come bene prezioso, utilitas, ma per questo fin da subito anche un potente strumento di controllo e di propaganda. Il suo rapporto con il potere è evidente a Roma, la regina aquarum: fontane, vasche, ninfei, piscine, naumachie, impianti termali, ognuna di queste opere “acquatiche” è parte di un sistema di manipolazione del consenso tanto quanto il panem et circenses di cui parla Giovenale[2].
In questo senso gli acquedotti non potevano che occupare un posto di primo piano nella politica imperiale, tanto più per un luogo come la Valle dell’Aniene, ricchissimo di sorgenti naturali da cui l’acqua sgorga ancora oggi abbondante e pura.
E così, ai primi acquedotti di epoca repubblicana (Anio Vetus 272 a.C. e Aqua Marcia 144 a.C.) seguirono quelli di età giulio-claudia (Anio Novus e Aqua Claudia conclusi entrambi nel 54 d.C.), che resero la Valle dell’Aniene unica, per il suo contributo di oltre 750.000 metri cubi giornalieri e per la qualità delle sue acque, considerate le migliori di tutto l’impero[3].
Queste infrastrutture ne accrebbero l’importanza strategica e numerosi altri interventi imperiali migliorarono sia la viabilità (con l’apertura della via Sublacense, voluta da Nerone, il miglioramento della via Valeria e la costruzione dei Ponti Scutonico e San Giorgio da parte di Nerva) che la captazione delle sorgenti, in particolare con Traiano[4].
Ma l’acqua affascina da sempre l’estetica umana, che ne vede uno strumento di abbellimento, espressione di una voluptas senza né luogo né tempo. All’acqua furono ispirate anche le residenze che gli imperatori vollero costruirsi nella Valle, sia per i suoi suggestivi scenari che, più prosaicamente, per manifestare in modo tangibile, con la frequentazione di quei luoghi, il presidio imperiale su un’area da cui dipendeva gran parte del rifornimento idrico.
Prima fra tutte quella di Nerone (54 – 68 d.C.), sospesa tra le due sponde del fiume Aniene, incastonata in una valle impervia e selvaggia, attorniata da tre laghi artificiali[5], in una suggestiva fusione tra paesaggio naturale e umano degna di un imperatore “smanioso di cose impossibili”[6].
Le rovine di questa straordinaria villa, che resistette al fiume per 1300 anni (le dighe e i rispettivi bacini crollarono tutti nel medioevo), presso cui San Benedetto fondò il suo primo eremo, si trovano nei pressi del Monastero di Santa Scolastica – Subiaco (RM).
Qualche anno più tardi Traiano fece costruire la propria nel verde lussureggiante degli Altipiani di Arcinazzo, circondata da un paesaggio montano aspro e ricco di fauna, dove praticare l’otium e la venatio[7]. La villa ha nella successione di ninfei, vasche e fontane un costante richiamo all’acqua che, insieme agli splendidi marmi policromi, agli affreschi di rara bellezza e agli stucchi dorati, decorava mirabilmente questa residenza, rendendola un luogo unico.
Queste architetture, che alteravano pesantemente il paesaggio ma al contempo se ne lasciavano permeare armoniosamente, accomunano le residenze aniensi con quelle tiburtine, come quella di Manlio Vopisco (all’interno di Villa Gregoriana – Tivoli), dove l’acqua dell’Aniene è una cornice unica, e, ancor di più, quella di Adriano (Villa di Adriano – Tivoli), dove tutto è pervaso di una autentica architettura acquatica.
In tutte queste residenze straordinarie l’acqua decorava gli ambienti e il paesaggio, avvolgeva le aule triclinari, dove le scenografie degli ornamenti acquatici e i riflessi dei rivoli d’acqua circondavano i commensali[8], abbelliva i giardini, simulava cascate e zampillava copiosa dai ninfei. E ogni goccia di quell’acqua così mirabilmente controllata nel suo incessante fluire mostrava a tutti la grandezza di Roma che di quell’acqua ne faceva utilitas e voluptas.
Ancora oggi gli acquedotti e le ville imperiali della Valle dell’Aniene sono testimonianza di quella potenza e di quel rapporto inscindibile che la città eterna ebbe con la Valle degli Imperatori.
[1] Front. De Aq. 16. Per molti autori antichi gli acquedotti erano il tratto distintivo della Romanitas: Dion. Hal. 3, 67, 5; Strab. 5, 3, 8, Plin. N.H. 36, 16, 75.
[2] Giov., Sat., X, 81
[3] “La migliore acqua del mondo per freddo e sanità, a testimonianza di tutta Roma, è l’Aqua Marcia, concessa all’Urbe tra gli altri doni degli dei” Plin., Nat.Hist., XXXI, XXIV, 41
[4] , che rese l’acqua dell’Anio Novus così limpida da eguagliare quella dell’Aqua Marcia. Front., De Acquaed., 15, 90-93
[5] I simbruina stagna di Tacito – Ann. XIV, 22
[6] “Nero tamen, ut erat incredibilium cupitor…” Tac., Ann. XV, 42
[7] “Quale altra distensione tu infatti ti concedi se non battere pendii selvosi, cacciare dalle tane le fiere, superare immense creste di monti, scalare sommità coperte di ghiaccio senza nessuno che ti presti aiuto e ti apra la via e, nel mentre, andare nei boschi sacri in devoto raccoglimento e venerarne le divinità?” Plinio il Giovane, Panegirico a Traiano, cap. 81)
[8] “…perlucentis ad imum aquas et circonfluentis” (Sen., Tranq., 1,8).

